SOUTHERN BLUE

PABLO BOBROWICKY - Prezzo: € 12.90 - COD: 320

Crocevia e parallelismi

 

 

 

 

Esiste un libro che può dirci molte cose su Pablo Bobrowicky. L’ho scoperto per caso, prima ancora di ricevere l’incarico di scrivere le note di Southern Blue. Nel leggere Evaristo Carriego di Jorge Luis Borges, realizzavo che tra le pagine e la vicenda del chitarrista, i punti di contatto erano molteplici.

L’essere argentino è il primo tratto comune tra Evaristo e Pablo. «Sebbene i miei parenti e genitori siano immigrati, la mia cultura è argentina; sono proprio loro che lo hanno fortemente voluto. Ho ereditato un cognome “straniero”, che viene da lontano ed è difficile da pronunciare». Pablo non è creolo, ma come Evaristo è senz’altro porteño: «Sono nato e vivo a Buenos Aires da sempre. Questa città è molto simile a New York, un crocevia di razze capace di generare simultaneamente una nuova cultura locale».

Le ‘razze’ di cui parla Pablo, sono discendenti neanche troppo lontane di quelle che abitavano il quartiere Palermo raccontato in Evaristo Carriego. Émir Rodriguez Monegal dice che Borges, scrivendone la biografia, salva Evaristo, poeta minore realmente vissuto (1883-1912) e il suo mondo dall’oblio, una Buenos Aires «di cattivi ragazzi, piccole genti, di tango e duelli al coltello»; Pablo invece, ‘salva’ tradizioni musicali di quello ‘stesso’ mondo; le ricostruisce, integrandole e sintetizzandole col jazz. «Qui ci sono molti artisti, poeti, compositori, che esprimono genuinamente i mondi delle genti, come fanno il jazz e la musica classica, ma non sono considerati universali. Sono inevitabilmente impregnato di quest’arte e non posso smettere di stimarla, viverci attraverso, godermela; è quello che respiro e spesso lo trasformo in jazz, il linguaggio che ho deciso di esprimere».

Pablo come Borges lavora dall’interno, conosce i luoghi, i lineamenti dell’etnie, il suo ‘panorama’, riprendendo un’indovinata intuizione di Mark Corroto, ‘evoca’ la vita e per questo è di valore inestimabile: «la musica popolare è l’espressione delle genti e non l’invenzione di una sola persona». Sin da bambino, suona musica popolare argentina e jazz, ma limitare la sua conoscenza al solo folklore locale, significa negare il più ampio oscillare tra le tradizioni. È stato il grande musicista Norberto Minichillo a fargli comprendere come jazzificare il folklore, in un continuo processo di andata e ritorno col jazz: «Per tre anni ho lavorato con Norberto che mi ha aiutato ad esprimere in jazz la musica popolare e viceversa».

La prova di questo procedere ci veniva fornita in “South of the world” (Red 269), un disco avanguardistico, realizzato con Minichillo e Luis Agudo («L’uso che quei due facevano delle forme popolari era impressionante»), in cui una profonda conoscenza dei linguaggi potenziata da una conturbante naturalezza espressiva, permetteva un trascendimento degli stessi. L’indefinibilità delle musiche diveniva la forza del disco – brani come De Buenos Aires a Rio e Tierra, Aire Y Fuego rifuggono ogni etichetta. Fu invece Jim Hall ad accorciare la distanza tra Pablo e la ‘tradizione’ jazz: «Lui mi diede il titolo di “chitarrista jazz” e l’impulso per diventare una vero “Zen teacher”».

Nel punto di confluenza tra l’esperienze con Minichillo e gli studi con Hall, si trova la forza innovatrice di Pablo Bobrowicky, da cui emerge un jazz nuovo. Il suono e il fraseggio immediatamente riconoscibili, il personalissimo senso del tempo, sono vettori di una prospettiva differente e pertanto unica, segnata da tratti tipicamente argentini e sudamericani. Pablo è riuscito a calamitare il nord è il sud delle Americhe. Bisogna tornare al primo Gato Barbieri o ai lavori di Norberto Minichillo per rintracciare qualcosa di simile, che qui trova una definitiva compiutezza.

Standard, folk poetry, e inedite fusioni (come scorporare il tema di Barbados dall’incalzante Murga Urugaya messa in moto da Pepi Teveira?) compongono Southern Blue. Dai sessantasette minuti di Where we are (Red 288) si è passati ai cinquanta di quest’ultimo lavoro. «Per me la durata ideale di una registrazione è di quaranta minuti; lo stesso tempo sul quale organizzo il set live. Così facendo soddisfo il pubblico, lasciandolo con un pizzico di desiderio. Southern Blue prevede quaranta minuti in trio e dieci in solo; credo che ci sia un buon equilibrio». Davvero dettagli? Può darsi; ma anche indicatori dell’attenzione che Bobrowicky rivolge a tutti gli aspetti del suo essere musicista.

Accanto a Pepi Teveira («Pepi is my musical brother») uno dei più quotati e richiesti contrabbassisti d’area newyorkese: Ben Street. Nuovamente, la scelta non è stata casuale: «Nel 1994, durante il mio soggiorno a New York, ho suonato in una session con Pepi e Ben e da quel momento ho voluto registrare con loro. Quindici anni dopo, grazie al supporto della Red, quel “sogno” è divenuto realtà. Devo ringraziare Ben per la sua collaborazione, per avere viaggiato da New York a Buenos Aires quand’era necessario». D’allora Ben Street ha suonato e registrato con alcuni dei più interessanti jazzisti emersi nell’ultimo quindicennio (due pianisti su tutti: Edward Simon e Danilo Perez). Oltre a Pablo, ha accompagnato chitarristi come Ben Monder, Kurt Rosenwinkel e più recentemente Lage Lund.

In Southern Blue il suo ruolo è quello di sostenere e alleggerire i pesi. Se in Where We Are il carico solistico gravava in gran parte sulle spalle di Pablo, ora i compiti sono ripartiti. La cavata di Ben favorisce l’insieme, contribuendo a formare un suono sferico, che mantiene rotondità e densità nonostante il continuo rimbalzare tra i brani. Pablo e Ben s’inseguono come nel caso dell’esposizione tematica di Sos Vos?, la sola composizione firmata Bobrowicky, il brano più out del disco, basato sulla splendida All The Things You Are: «Ho cambiato il tempo da 4/4 a 3/4, modificato la melodia e qualche accordo». Il tema destabilizzante viene tenuto sotto controllo dall’interplay del trio e dalle linee quasi complementari di chitarra e basso. Ben muove il solo sulla reiterazione di brevi figure melodiche continuamente alzate e abbassate lungo il manico.

Quando il trio rallenta, relax e lirismo entrano in gioco. Il bolero cubano Eclipse de Luna (AABA form), la canzone brasiliana Luiza (in 3/4, tema di 24 battute) incarnano il quiet mood del terzetto. Pepi lavora con le spazzole poche figurazioni, gli armonici di Ben vibrano tra le frasi della chitarra. L’attenzione è votata al suono e a poche note che pesano come macigni: Pablo è maestro in questo.

I suoi soli si sviluppano senza fretta, lui stesso è persuaso che con poco si può dire tutto. Vale quanto Horace Parlan diceva di Grant Green: «[He has] the natural ability to know when not to play». Per trovare il suo spazio, in un universo chitarristico che predilige la velocità e l’urgenza inespressiva, torna indietro in cerca dei propri referenti: «Ciò che più mi attrae in un musicista è il suono, sentire che mi “parla”, che mi racconta una storia, una poesia, qualche segreto della sua anima. Un esempio di questa sintesi è Lester Young». Come Prez, si attacca alle melodie senza mai lasciarle, divenendo un raffinatissimo improvvisatore ‘orizzontale’. Nel subordinare la tecnica al feeling ci espone una visione del mondo e della musica, oggigiorno quasi sempre assente: «Spesso noi musicisti ci dimentichiamo del pubblico; pensiamo troppo a noi stessi, la rincorsa al successo e alla reputazione, ci rimuove dalle cose genuine. Personalmente vorrei che il disco e il suono, aiutassero l’ascoltatore a sognare, divertirsi, condividere momenti, amicizie, solitudini».  

Ad un suono svincolato dai modelli, ottenuto lavorandoci ‘sopra’ senza sosta («Ogni tanto, quando suono delle linee, utilizzo un octavador analogico»), Pablo associa un innato senso dello swing. Tempi, metri, il ‘sentire’ ritmico di Southern Blue, ne sono pervasi. Coabitano nel chitarrista sia il quattro tipico del jazz sia ritmi provenienti da altre tradizioni e culture: «Molte musiche, dalle quali il jazz non è escluso, condividono una radice afro, la presenza di poliritmie, metri come 3/4, 6/8 e anche 4/4». Pablo è un ‘narratore’ che ha molto da raccontare e sa come farlo.

Chi ha suono genera suoni, e infatti dietro all’apparente ed ingannevole semplicità del trio, si celano segreti. Occorre attenzione per sentire come vengono accompagnati i chorus e i break di Ben Street in Luiza e Cottontail: suoni inaspettati e inauditi, ottenuti grazie a una fine cesellatura dei volumi tenuti a valori minimi («Lavoro molto sul sound acustico della chitarra cercando di tirar fuori un insieme di colori il più possibile utilizzabile. Cerco di farlo tutti i giorni»).

La Gibson ES175 diviene un armamentario timbrico. Il sound più convenzionale dell’accompagnamento di “C” Jam Blues si scontra con il palm muting del bridge di Rhythm-A-Ning eseguito all’unisono con Ben Street. Si può discutere sugli aggettivi adottati, ma non si può non notare la differenza tra la chitarra materica e metallica di Cottontail e quella più chiusa e ovattata di Rhythm-A-Ning.

L’intera poetica di Southern Blue è però racchiusa in Idle Moments. Non c’è miglior brano che può illustrarcela. Il beat viene rallentato, Pepi riprende in mano le spazzole, le trentadue battute del tema così come l’incedere bluesy di Pablo, vengono immersi nelle stesse atmosfere smooth e malinconiche di Eclipse de Luna e Luiza, non a caso due brani sudamericani. Il trattamento a cui viene sottoposto il brano di Duke Pearson, lo carica di nuovi significati. Se come dice Borges a proposito del tango: «La solitudine, come nel blues e nelle letterature sudamericane, fu un tema d’elezione», allora quello che si ascolta diviene progressivamente spleen porteño. Con gran senso della ‘storia’, il trio riveste uno dei brani-capolavoro del jazz con un velo ricamato in Sudamerica. Non solo. Registrare Idle Moments – ne è responsabile il produttore Sergio Veschi – significa rendere omaggio all’omonimo disco di Grant Green (Blue Note, reg. 1963), una delle session più belle e dimenticate della storia jazz, a cui presero parte musicisti come Joe Henderson e Bobby Hutcherson. Esistono rarissime riprese del pezzo (una, recente, contenuta in “On Fire” di Mike LeDonne) ragion per cui, la versione del Southern Blue’s trio diventa ancora più preziosa. 

Argentina, Brasile, Uruguay, Cuba. Il jazz. Lo sguardo di Pablo va ben oltre il Rio de la Plata, le sue orecchie hanno filtrato suoni provenienti da un continente intero. Ecco perché prendendo in prestito una figura retorica, la sua Buenos Aires può essere letta come una metafora del Sudamerica. D’altronde anche quella di Evaristo era popolata d’italici, creoli, altri sudamericani… Di fronte a Southern Blue lo stesso concetto di latin si sfilaccia e la musica di Pablo Bobrowicky viene a coincidere con l’idea, più geograficamente e musicalmente ampia, di jazz sudamericano.

 

Luca Civelli – Musica Jazz

 

 

 

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